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Paper Street - Luglio 2011
Angus Mc Og - Anorak
Impressioni
di Settembre... e Ottobre, Novembre.
Vi racconto una storia.
Bene.
Le tracce di quell’album le avevo sempre ascoltate al pc,
seduta sul tappeto allungando le gambe e con due occhi grandi che
mangiavano parole e parole soltanto parole in articoli di giornale
noiosi. Ci stavo dietro seriamente, penserete voi. Eccerto, come no.
Poi
ho deciso: passo tutto nel mio ipod.
Fuori
c’è il primo sole che spacca i culi.
Un’esplosione di verde. La natura che sireneggia
l’uscita. Con vestiti leggeri e freschi pensieri esco come
facevo da piccoletta. Attorno alle 5 del pomeriggio e poi via. Prendo
la bici e vado. Lì in fondo dove la terra si fa’
fina, dove si strappa in due da un fossato che vide mio padre imparare
a nuotare e me “saltarlo per lungo” per non essere
da meno.
Premo
play e parto.
Volevo
raggiungere quel posto desolato, molto luogo ameno, incolto.
Sterpaglie, erbacce alte quanto me ed un introvabile frutteto nel mezzo
celato, in cui ricordo ero solita disegnare un ginepraio di pensieri
per un tempo indefinito cibandomi come un panda di quel ben di dio.
In
pochi minuti e una manciata di pedalate a tavoletta lo raggiunsi. Tutto
era intatto: lo stesso silenzio stregato, un tempo rarefatto che non
sembra essere mai passato. Un tuffo al cuore.
A
farmi compagnia Angus Mc Og. “Un nome più semplice
no?” direte voi. Ma c’avrà una sua
storia, che non so, chè dimenticai di chiedergli.
Vabbèh… comunque sia, è lo pseudonimo
di Antonio Tavoni. Un giovanotto della classe ‘81 da Vignola
(guggolmaps in certi casi è come i calzari di Hermes, ti ci
fa volare sopra) che ha catturato, mischiato e inscatolato con le
proprie manine nell’opposto emisfero a Sidney (qui tutti
sanno dov’è) il suo progetto solitario: Anorak. Un
full lenght delicato e acustico – esito di circa due anni di
lavoro.
Feuerbach
diceva che ‘noi siamo ciò che mangiamo’
e qui si sente tutta la ghiottoneria di Antonio. E’ cresciuto
a pane e marmellate di Neil Young, Tim Buckley e Nick Drake.
S’è fatto fuori cucchiaiate di Iron and Wine, Bon
Iver, Fleet Foxes ed Elvis Perkins.
Una
canzone via l’altra, come gli amoli che mi stavo pappando io
invece, ne ero sempre più certa: avevo cannato la prima
impressione.
Nello
scambio di mail che feci con il singer-songwriter in questione ricordo
che mi lasciai andare in una confidenza. Gli dissi: “Sapendo
delle tue influenze Zimmermane e leggendo i tuoi title tracks ho fin da
subito pensato che avessi vestito gli abiti dell’impegno
politico come il Bobbone aveva fatto… poi il testo
– per quel che ho tratto eh! – m’ha fatto
supporre tutt’altro: c’è un file rouge
romantico che le unisce tutte queste canzoni.”
Rispose
franco: “Politico/Romantico. Credo che ci sia una via in cui
questi due volti convivano e, anzi, per certi versi siano una cosa
sola. Certo non se, per essere Zimmermaniani, per politico si intende
una scrittura "punta dito", ovvero "adesso ti spiego perché
questo è tanto cattivo e questo è tanto buono",
di solito queste cose non mi muovono né il cuore
né il cervello. Credo che il Dylan di Blonde on Blonde per
certi versi sia molto più politico del Dylan di The times
they are a’ chainging, così come credo che per
come la vedo io Paolo Benvegnù sia più politico
dei Modena City Ramblers. I primi rispetto ai secondi hanno molto
più a che fare con la realtà in cui si muovono,
la raccontano meglio, forse perché si raccontano meglio,
anche quando Dylan si fa surreale, forse anche quando
Benvegnù si fa davvero intimo. Non mi voglio necessariamente
appellare a questi esempi, ma questo spirito credo che abbia molto a
che fare con il mio cercare di scrivere, che parli di solitudine, di
una mezz'ora con una ragazza in un bar, di un viaggio in macchina di
notte o di un amico che molla tutto per andare in Australia.”
(Ndr.)
E
aveva ragione. Si sà che la storia si muove ciclicamente e
inciampa sempre sulle stesse zolle... proprio come stavo facendo io per
passare verso l’albero dei peretti lì ad ovest, ma
ogni brano parla di vita. Vissuta, vivente, da vivere.
Vi
è anche una smisurata presenza di malinconia,
però, che zuccherina affianca l'ottima produzione e fattezza
dei dodici sospiri di Anorak. Andamento regolare, ben dosato, senza
particolari stridor di denti o stravolgimenti stilistici, un percorso
delineato e quanto mai sincero senza orpelli ma con una grande carica
emotiva.
Come
non mai, è stato evocativo di sapori d’un infanzia
lontana, di scene di film strappa lacrime, di sorrisi beffardi di volti
che m’han salutato.
Sarà
anche la presenza dell’armonica, strumento nostalgico e
ruffiano allo stesso tempo per antonomasia. Disgraziata!
Così come l’acustica scelta. Lo stesso Antonio mi
sottilineò: “L’acustica… non
credo ci sia una rivalità con l'elettrica in termini di
modernità o di energia magari legata a un dato anagrafico
[gli chiesi il motivo di una scelta così past-folk]. Si
tratta di mezzi, poi ognuno li usa come crede meglio. Si può
essere retorici, fiacchi e "vecchi" con un'elettrica o davvero
"moderni", giusti, arrivare al bersaglio con un'acustica (ma potrei
dire con un violoncello, un clarinetto, un controfagotto!).
Sicuramente
in quello che ho registrato c'è un legame con tutto quello
che è stato il folk revival degli anni ‘60, ma ci
sono anche tante cose che solo 10 anni fa probabilmente non si
sarebbero scritte (o non si sarebbero lette) così, discorso
non troppo diverso da quello che si potrebbe fare sulla stragrande
maggioranza dei gruppi che imbracciano chitarre elettriche (escluso il
metal, la cui asticella non si sposta però un decennio
più in qua rispetto agli anni '60). E' importante avere
qualcosa da dire e cercare di dirlo al meglio, nella maniera e con gli
strumenti che si ritengono più adatti, a prescindere da
discorsi sulla modernità o meno di strumenti che hanno
comunque più di 60 anni (sono tanti? sono pochi? Mah, ...ci
interessa davvero?).” (Ndr.)
Con
la panza piena e una t-shirt da “strawberry fields
forever” mi guardai attorno. Nelle mie orecchie passava
“Whistle on the washing line”.
C’è sempre uno scrosciar d’acqua se
state attenti nelle tracce. Come un ruscello sotto i vostri piedi che
lava via l’umore, l’animo, la musica di una canzone
oramai finita. Feci la stessa cosa alla mia bocca con la maglietta per
il sapore di tuttifrutti. Respirando impressioni di
settembre… ma anche ottobre e novembre, imbracciai
nuovamente la bici e rincasai fischiettando pur io con Antonio.
Ilenia
Lando
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/1067-Anorak_-_Angus_Mc_Og_.html
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Rockerilla - Luglio / Agosto 2011
Angus
Mc Og
Anorak
Picicca
Simone
Bardazzi 7/10
Non
è difficile, almeno in
apparenza, trovare le giuste parole per definire questo brillante
debutto del Modenese Antonio Tavoni, alias Angus Mc Og. La sua
naturale collocazione è fra i lavori dei Bon Iver, Bright
Eyes
e Neil Young. Allo stesso modo, “Anorak” mette in
risalto una
scrittura personale, a tratti ancora acerba. L'album ha avuto una
lunga gestazione fra Modena e Sydney, dove risiede il batterista
Lucio Pedrazzi, così che il sound di questo lavoro
è
totalmente svincolato dai luoghi comuni dell'indie rock nostrano.
Angus Mc Og, infatti, ha cercato una strada personale, ma coraggiosa,
al new folk, senza enfasi e scimmiottature, pur restando fedele ai
modelli di partenza.
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Gli osservatori esterni - Luglio
2011
Angus
Mc Og: Anorak
Orasputin
L'estate vera si avvicina e la ricerca della colonna sonora ideale
quasi un'ossessione. Alla fine potrebbe spuntarla Angus
Mc Og, che in "Anorak" ci
propone il suo orizzonte di suggestioni acustiche ed equilibrio
musicale rarefatto. Modenese drogato di folk, Antonio
Tavoni ci trascina in un universo di suggestioni marine
e sensazioni analogiche.
Percorrendo
il sentiero di queste 12 tracce, ci accorgiamo come i pilastri di
"Anorak" siano canzoni belle di giorno e affascinanti di notte, intime
nella loro semplicità e baciate da un retrogusto
squisitamente pop. Ad incrementarne l'appeal, un packaging come non se
ne trovano più in giro: digipack da erezione tattile fatto
per essere posseduto: calligrafia, disegni, materiale utilizzato,
persino il colore del compact disc fungono da componenti di uno dei
prodotti meglio impacchettati degli ultimi anni. E poi
ci sono le canzoni, cooperativa di arpeggi e parole disegnate. Canzoni
appollaiate sulle nuvole di un songwriting umile ed efficace.
A testimoniarlo, le tracce d'apertura del disco, "An
Anarchist In Parliament" e "On The Bank",
incredibili nel loro muoversi a ritmo di uno striptease cauto e
rilassato. "Nightdrifting" introduce un
sottofondo di percussioni per un ritornello che strizza l'occhio all'
unplugged degli Alice In Chains. "To
Love Somebody" parte come un brano di Tim
Buckley, mentre la fischiettata "Whistle On
The Washing Line" pare quasi una cover di Bob
Corn. "Crockery In The Cupboard"
invita l'armonica ad unirsi al coro, "Lucio Goes To Sidney" è
il tributo ad una terra lontana ma spesso evocata, l' Australia dagli
orizzonti dilatati che ha conquistato il cuore di molti appassionati,
surfisti e non. Musicalmente, siamo alla resa dei conti e quindi al
momento di redenzione folk- rock, mentre la conclusiva "Anorak" da'
l'impressione che l'estate stia finendo e l'autuno di nuovo alle porte.
Se
vi piacciono Okkervill River, Bonnie
Prince Billy, Noah And The Whale,
J Mascis e in generale
tutto il cantautorato etereo e visionario, "Anorak" è
l'autoproduzione che potrebbe fare al caso vostro. Un supporto ideale
per vivere l'estate immaginando tramonti d'autunno.
Voto:
7
http://www.osservatoriesterni.it/novita/angus-mc-og-anorak
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Rockambula - Giugno 2011
Antonio Tavoni in arte Angus Mc
Og esordisce con Anorak un full lenght delicato e acustico che si
presenta nelle vesti di un immacolato paesaggio rurale made in Usa.
Il folk di questo capitolo si
erge così delicatamente da far sembrare le incisioni soffici
confessioni. Introspettivo e minimalista Anorak scivola nelle radure
innevate di chitarre acustiche e poco altro, un'essenzialità
così intima che pare un disco privato, una diapositiva da
sbirciare in completa solitudine. Una buona ritmica in Ribbon Instead
ci consegna l'appartenenza più folcloristica del disco con
un'armonica blueseggiante che trascina gli atteggiamenti in aspetti
meno viscerali e più trascinanti. La corposità di
questo lavoro riemerge in Through a Spyglass, un altro assaggio
dell'inclinazione del cantautore modenese, un emozionale timbro che ci
riporta indietro almeno di trent'anni quando un certo Nick Drake
fermava il tempo con Pink Moon. La leggerezza che affianca l'ottima
produzione e fattezza dei dodici sospiri di Anorak sentenziano un
andamento regolare e ben dosato senza particolari colpi di coda o
stravolgimenti stilistici, un percorso delineato e quanto mai sincero
senza orpelli ma con una grande carica emotiva.
Angus Mc Og con il suo Anorak
s'inserisce fra quegli esordi che di esordio non hanno un bel niente.
Sembrerebbe una lunga strada quella percorsa da Antonio Tavoni, un
raggiungimento di una maturazione avvenuta col tempo, una ricerca
sonora accurata e funzionale che solitamente appartiene a chi ha
sfornato tre o più raccolte. Una dolcissima sorpresa, un bel
disco di un musicista autoctono che col suo tuffo si è posto
fra le migliori uscite di quest'anno.
Paolo Pavone
http://www.rockambula.com/recensione.php?review_id=1265
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Music review 2.0
Antonio Tavoni, in arte “Angus Mc Og”, ha lavorato
negli ultimi due anni al suo primo album pubblicato ad aprile, Anorak.
Di ritorno dall’Australia, Tavoni crea le ballads di Anorak
pescando note da un folk accogliente e per nulla invasivo. Il paesaggio
ampio ed assolato delle sue melodie scorre lentamente sotto i nostri
occhi. Quello che potrebbe sembrare un richiamo ripetitivo è
un vortice in cui perdersi e risvegliarsi solo all’ultima
traccia. Le melodie sono piacevoli e per nulla invadenti. Il folk di
Anorak è una storiella raccontata da un parente lontano.
Alziamo la cornetta, lo ascoltiamo mentre ci racconta del suo passato
difficile ma pieno di vita; questo anziano signore trova nei propri
ricordi immagini di terre incontaminate e vastissime, dove
l’occhio rincorreva un fiume in lontananza, cavalli in
libertà, bambini che corrono. Un paesaggio campestre
accompagna la chitarra di Tavoni, in una “malinconia
positiva”, come quella di una filastrocca allegra che
dovrà servirti in una vita futura. Sarà
l’inglese dei testi di Anorak, saranno le melodie poco
“italiane”, ma il disco mi appare molto lontano da
Vignola, un paese tra Modena e Bologna, in cui le tracce musicali hanno
preso la loro forma definitiva. Infatti, Antonio Tavoni dice di aver
“realmente” prodotto questo disco in una
città come Sydney. Se non possiamo parlare di deserti o di
distese verdi, Anorak è la nostra colonna sonora suonata nel
bel mezzo di un incrocio di una città di quattro milioni di
abitanti. Sottofondo alla folle corsa
dell’umanità, Anorak è una composizione
matura ed armoniosa che vorrei apprezzare nuovamente in italiano. A chi
vuole ascoltarlo consiglio di non dimenticare mai lo zaino in spalla e
una buona dose di fantasia.
Stefano La Quaglia
http://musicreviews2p0.altervista.org/?p=4600 |
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Il
Mucchio - fuori dal Mucchio - Giugno 2011
Anorak
Picicca/Audioglobe
Appendere al chiodo la chitarra elettrica. Staccare la spina, e
ricominciare. È quello che un bel giorno ha messo in pratica
Antonio Tavoni, in arte Angus Mc Og. Dopo un viaggio iniziatico in
Australia sulle tracce dell’amico musicista Lucio Pedrazzi
(presente nel disco come ospite alle percussioni), Angus ha messo in
fila dodici tracce acustiche che si inseriscono a pieno diritto nel
filone del cantautorato indie-alt d’oltreoceano.
Che ci si trovi di volta in volta più dalle parti di Elliott
Smith o di Bon Iver; che la parentela più prossima sia con i
Songs:Ohia o con Bonnie “Prince” Billy, e che la
genealogia più antica risalga a Bob Dylan o a Nick Drake,
sarà un dibattito relativamente appassionante. Certo, per
gli amanti del genere folk cantautorale, una piccola manna. Una gemma
acustica. Buona scrittura delle canzoni, atmosfere di artigianale
immediatezza che fa perdonare qualche ingenuità;
chitarre-verità e poco altro, di funzionale arredo: qualche
percussione, un’armonica, un accordion.
Le canzoni sono state composte tra Vignola e Sydney, tra le colline
modenesi e gli antipodi del mondo australe.
“Anorak”, registrato da Davide Cristiani,
è un lavoro da salutare con piacere e fiducia, e Tavoni una
voce che si fa apprezzare nel panorama del nostrano folk
d’autore. Una sola domanda, per chi vi scrive sempre attuale
in proposte come questa: perché non cimentarsi con la lingua
italiana? Ci proverai, Angus?
Gianluca Veltri
http://www.ilmucchio.it/fdm_content.php?sez=scelte&id_riv=88&id=1832 |
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Nerdsattack - Maggio
2011
La bella confezione digipack e
il bellissimo inserto illustrato fanno acquistare
“punti” al lavoro del modenese Antonio Tavoni aka Angus
Mc Og, che taglia l’agognato nastro del
debutto al fianco del batterista Lucio Pedrazzi e alla cura in studio
di Davide Cristiani (vedi Franklin Delano, Comaneci tra i tanti). Folk
di rurale radice americana, tra anime innevate e solitarie, tra
“orchestrazioni” da bedroom songwriter trafitti nel
cuore dolente, tra riflessi allo specchio di barbe dubbiose incolte
come la vita che si è scelti di prendere per mano.
‘Anorak’ piace molto, anzi moltissimo, quando si
toglie un po’ di standardizzata polvere acustica a favore di
una sorprendente spiccata coralità (’On The
Bank’ ne è testimone ed acme artistico allo stesso
tempo). Elliott Smith che sorride a Jason Molina mentre Samuel Beam
spiega cosa è la vita a Justin Vernon. Forse un
po’ troppo lungo, forse con una pronuncia inglese leggermente
da limare, forse è il folk all’italiana che
più ci piace. Con l’ombra dei modelli yankee ma
fortunatamente scevro da quelli socialmente pallosi sorti recentemente
da chissà quale provincia meccanica nostrana.
[***]
Emanuele Tamagnini
http://www.nerdsattack.net/?p=25887
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